Ciao campione

“È triste, ma fatico troppo” ha detto Valentino Rossi abbandonando la moto.

Non mi intendo di sport,

i campioni li stimo.

I loro bolidi sono più legati alla mia infanzia che all’età adulta. Io ascolto le parole, i loro segreti.

Mangio e sogno con le parole, ci vado a nanna.

“Triste ma fatico troppo” ha detto Valentino lasciando.

Il suo corpo ha parlato.

Poche parole per dire che è stanco.

Fatico troppo.

Lo vedremo ancora in giro,

ma il corpo ha un suo modo di legiferare

al di là dei nostri interessi, dei nostri sogni,

del nostro talento.

Non ha bisogno di permessi per buttarsi a terra, sfinito.

Lo fa senza vergogna, col diritto della carne.

È a suo modo vittorioso quando si raccoglie a terra

nella propria sagoma e respira piano,

ascolta solo se stesso, il proprio respiro –

la voce del salto è lontana come quella del vento.

Stanco, il corpo non vola più,

acquattato nella propria stessa materia

come in una sorta di unicità che non splende di talento

ma di consapevolezza.

Non è finita,

ma la sagoma di una sedia è più fraterna

della forma di una gomma o di una ruota.
Ciao, campione.


Vito Ventrella

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