Giovani al chiuso…

…Naturalmente penso che l’impulso maggiore dei ragazzi è quello di sottrarsi alla vista dei genitori, uscire, tornare a casa la notte o il mattino.

All’inizio della pandemia si parlava solo di vecchi contagiati e si vedevano le loro bare in tivù nude, senza uno straccio – non erano caduti per la patria ma per un nobile signore chiamato Coronavirus. Nelle informazioni, completamente assenti i giovani – i ragazzi continuavano a giocare, a studiare, a fare ciò che di solito fanno i ragazzi. Per esempio ad uscire, bighellonare, ritrovarsi qui e là, seguire i propri impulsi, attenti a non stare tra i piedi dei loro genitori. I loro risvegli al mattino erano simili a quelli che li avevano preceduti, intesi ad allontanarsi il prima possibile da casa (sottrarsi eccetera eccetera…).
Le notizie sulla pandemia non davano loro nessuna preoccupazione, entrare nei particolari di ciò che stava succedendo agli anziani non era una loro preoccupazione – erano e si sentivano ancora liberi di frequentare i soliti posti, le solite persone, la lontananza morale dalla malattia era la stessa – la distanza dai loro genitori non era venuta meno per qualche morto di Covid lontano da casa o di un’altra città – ma qui non li si vuole dipingere come ragazzi indifferenti bensì come ragazzi che non avevano dei grandi motivi per essere diversi, continuavano a disertare al solito modo il fare e lo strafare degli adulti, frequentando assiduamente il mondo dei giovani senza limitazioni e senza cambiare parere sulla società in cui l’unico assillo era quello di essere giovani, ragazzi, declinando le proprie responsabilità tutte le volte che ciò era augurabile e possibile.
Sentirono parlare di sé per la prima volta quando furono additati come possibili elementi di contagio in famiglia – quando si pretendeva che la loro vita spensierata, la frequentazione dei locali, il loro ritrovarsi in gruppo e il conseguente rincasare con qualche coronavirus addosso o nel sangue potesse mettere a repentaglio la salute dei nonni, colpevoli soltanto di essere soggetti fragili.
Detto ciò, un ragazzo che non fosse completamente sordo, si sarebbe fermato a pensare, solo pensare, se con il suo modo di vivere, di essere giovane, potesse rientrare a casa in compagnia di un virus e mietere vittime.
Nell’assoluta necessità di prestare ascolto alla diffusione di tali pericoli, incomincia a perdere la sicumera con cui andava qui e là e vedere gente senza una grande precauzione. Vada per l’uso della mascherina e della distanza. Ma quando gli si è detto che era meglio non uscire, restare in casa, che il lockdown era necessario e che senza queste precauzioni avrebbe potuto infettarsi…
Quando dopo essere stato chiuso in casa è potuto accadere che si chiudesse gradualmente in se stesso… e non capire d’essere stato traumatizzato giusto perché la sua condizione non era unica, aveva un carattere collettivo, cambiava solo la maniera di subirla, le sue manifestazioni… Ecco, quell’essere perfino additato come possibile pericolo per la società adulta… La mente che gli si apre per farci entrare queste nozioni e annichilire sotto di esse.
Altro che giovane. È invecchiato di colpo. Non c’è da stupirsi se oggi è (potrebbe essere) traumatizzato. Se non ritrova il ritmo, lo slancio, la leggerezza della sua adolescenza bell’e finita, fritta.
Ora, si badi che il trauma non è quello di essere rimasti chiusi in casa, non solo questo, traumatizzante è soprattutto l’impossibilità di allontanarsi dai propri genitori, testimoni dai quali in certi momenti si vorrebbe essere a miglia e miglia di distanza.
Ebbene, sì, ci sono momenti in cui i figli non desiderano essere a contatto dei genitori, momenti in cui desiderano sottrarsi alla loro vista, quando temono di essere percepiti in ciò che desiderano fare: non sempre belle azioni; non diciamo rubare, uccidere. Spesso siamo attraversati da pensieri anche più innocenti, come lasciare che una persona ci metta gli occhi addosso e ci conduca dove vuole, gli occhi addosso, ma anche le mani in tasca… pregandoci di dargli ciò che abbiamo – una richiesta di aiuto un po’ sospetta cui aderiamo senza pensarci o mettendoci d’accordo che si abbia il medesimo aiuto in cose che ci interessano di più, – per questi pensieri che ci attraversano la mente è necessario che non si abbia nessuno dei nostri genitori vicino.
Non potendo contare sulla distanza come su di una sorta di alcol per disinfettare l’entroterra, cresce il fastidio di doversi incolpare di certe condotte che fuori dell’ambito familiare ci apparirebbero più lecite, comunque non così biasimevoli. È inutile fare l’elenco di queste condotte. Qui non stiamo trattando la disperata voglia del singolo di far slittare i propri problemi fuori di casa, annotiamo la necessità che hanno i ragazzi di tenere lontano la famiglia dal quel mondo in cui il ragazzo si fa cacciatore ed è cacciato. Questa distanza nel lockdown è venuta meno.
Nell’immediato sembra che tutto si risolva con qualche apertura. Che si risolva, sì. Quanto ad assolversi dai peccatucci sbottati al chiuso, troppo presto. Il domani non è ancora incominciato.


Vito Ventrella

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