Il personale invisibile

Che pena quando qualcuno scopre di non essere indispensabile, quasi sempre un uomo, che non sa capacitarsi della perdita. Come si fa a non essere indispensabili, ci si chiede? Si rifanno tutti i percorsi in cui era previsto che tizio lo chiamasse per parlare di una certa cosa, si individuano i punti in cui era previsto che lo si chiamasse per rimediare – che so, la molla non avrebbe retto e prima o poi avrebbe ceduto – diciamo la molla.

Ma è chiaro che non poteva predisporre più di così che le cose precipitassero. Allora, se ha ancora qualche margine per sabotare (sabotare, che brutta parola) ciò che ha promosso e suggerito all’amico, si ingegna di farlo senza che lui se ne accorga – scusami tanto ma io devo pur campare, dice a se stesso giustificando la manomissione di ciò che soltanto lui saprebbe rimettere a posto – si trattasse della lavatrice, della lavastoviglie, della tivù, del computer, dell’aspirapolvere od altro: che so l’aiuto a un cieco che ogni tanto lo chiama per farsi scrivere una lettera.

Che ne sappiamo, noi, di quanta gente ha bisogno l’uno dell’altro per tenersi in piedi, per farsi una passeggiata senza essere schizzato da un cane, travolto da una lumaca dura di comprendonio che ha invaso la sede stradale del povero cieco.

Ebbene, signori, voi non immaginate quali e quante sono le persone che contano sul proprio essere indispensabili per tirare a campare; a volte lo fanno con maestria, giudizio, amore per il prossimo, a volte ritengono che le persone vadano piegate ai loro bisogni senza che lo sappiano – un po’ come se di notte entrassero in casa come fantasmi facendo man bassa del cioccolato.

Gli fate un favore se lasciate aperta la dispensa – che una volta negli anni ’40, si poteva chiudere a chiave. Insomma la credenza. Non la Fede.

Vito Ventrella

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