L’America di Sabelina: romanzo

 

Inizio

Era lei, Sabelina, quella donna che, alzando gli occhi al televisore del bar, avevo visto per pochi secondi in una di quelle scene di apertura dei film americani? Dio com’era ridotta! Neanche quando ci si rotolava per terra in cucina mia madre indossava simili stracci. Mai le avevo visto i capelli incollati al viso, gli occhi spenti, le guance arrossate e screpolate dal gelo – per non parlare di quella manina che sporgeva sul viavai in una vana richiesta di solidarietà… Dunque non era morta… Faceva la comparsa? Me lo auguravo, però ero del parere che le strade, il traffico, i passanti con cui i registi americani aprivano una storia, fossero immagini vere, niente affatto costruite e se non lo erano vedevo finalmente come e dove era finita Sabelina, non dovevo più cercarla e non valeva nemmeno la pena che consultassi i programmi televisivi. A che mi serviva conoscere il titolo del film e il nome del regista se lo scopo non era quello di andare alla prima stazione di polizia e dire: – Presto, ho ritrovato mia madre in un film d’oltreoceano… – Le rimproveravo qualcosa? No, che diavolo… Non puoi avercela con una poveraccia che, rannicchiata su di un cartone tra un negozio di hot dog e un cinema, contribuisce ad abbassare un po’ il termometro della metropoli e a mostrarti dove anche l’America ha freddo… Okay, ricevuto, mi dicevo, come se lei avesse voluto mandarmi quel messaggio e io non dovessi fare altro che prometterle di non muovermi di lì e restarmene al calduccio nella saletta piena di fumo in compagnia di un’amica che, guardandomi attraverso il vetro del suo Martini, mi chiedeva se non avessi visto per caso un fantasma.

   Mentre scuotevo il capo in segno di diniego benedissi il tepore del bar che sapeva come foderarmi di civile noncuranza per coloro che, seguendo i propri impulsi, ciechi d’amore o di rabbia, si erano allontanati dalle povere braci che li riscaldavano per inseguire il fuoco, la fiamma ardente dei sogni. Però come mi si stringeva il cuore rivedere – ma era proprio lei?… – una creatura cui dovevo la vita, lontana quel tanto da non potermi permettere di andare a prenderla là dove credevo d’averla vista, strapparla alla verità o alla finzione che la teneva in ostaggio a New York, sollevarla tra le braccia e riportarla a casa, nel suo letto. Sabel… Non c’era persona che, come mia madre, avesse sempre l’America negli occhi. – …C’è mancato poco che tu nascessi a Chicago, dallo zio Joe, eh sì, Sergio, c’è mancato veramente poco… – sospirava assestandomi addosso un golfino o una camicina.

   Sì, c’era anche Rafielino Cala, il venditore di granite, con una sua America impressa a fuoco nei pensieri e nell’anima, ma non era la stessa. L’America di mia madre affiorava spesso nel cruccio d’essersela lasciata scappare – non diceva come, non parlava mai apertamente del perché fossero rimaste senza seguito le pratiche per emigrare che zio Joe aveva diligentemente avviato da Chicago nei primi anni Sessanta, ma suppongo che proprio di ciò accusasse mio padre quando lo guardava di sbieco. Ricordo una sera in cui mi strappò da lui dicendo: – No, tu, questo, alla sezione, non lo porti!

Allora non avevo più di dieci anni e credevo che lei volesse allevarmi al chiuso, abituarmi al focolare domestico, alle faccende di casa, ai lavori femminili come l’uncinetto che mi incuriosivano, mentre papà avrebbe preferito educare il suo ometto all’aperto, in un ambiente pubblico, dove si leggeva il giornale e si giocava a carte. Naturalmente sbagliavo, ma che mamma volesse fare di me un’altra piccola “Sabel” con gli occhi, la mente e il cuore rivolti all’America, almeno su questo non mi sbagliavo.

 Anzi il desiderio che fossi un bambino americano era talmente vivo, in lei, che a tratti me ne sentivo quasi marchiato. Ogni volta che poteva mi mostrava le foto a colori dello zio Joe, casa, giardino e tutto quello che egli aveva avuto cura di fotografare perché lei potesse farsi un’idea del luogo dove viveva. Il divano, il tavolo, la cucina, e tutta quella paccottiglia americana che mia madre chiamava moderno, erano uno scatto di reni per togliersi di dosso l’ombra dei secoli (ma non solo quella) che gravava sul nostro arredo rendendolo pesante, nonnesco. Era sua opinione che a Modugno si invecchiasse e si morisse come stupide galline e si lamentava che il nostro paese fosse buio. “ Il Medioevo!” si torturava.


Vito Ventrella

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