L’appello

“C’è l’appello del mattino. Sentire il proprio nome pronunciato dalla voce del professore è un secondo risveglio. Il suono fatto dal tuo nome alle otto del mattino ha vibrazioni da diapason.”
“Non posso decidermi a trascurare l’appello, soprattutto quello della prima ora”, mi spiega un’altra professoressa – di matematica questa volta -, “anche se sono di fretta. Recitare una lista di nomi come se si contassero le pecore è inammissibile. Io chiamo i miei ragazzi guardandoli, li accolgo, li nomino uno per uno, e ascolto la loro risposta. In fondo l’appello è l’unico momento della giornata in cui il professore ha l’occasione di rivolgersi a ciascuno dei suoi studenti, anche se solamente pronunciando il suo nome. Un breve istante in cui lo studente deve sentire di esistere ai miei occhi, lui e non un altro. Dal canto mio, cerco per quanto possibile di cogliere il suo umore dal suono che fa il suo ‘presente’. Se la voce è incrinata, bisognerà eventualmente tenerne conto.”
L’importanza dell’appello…
Io e i miei studenti facevamo un giochetto. Io dicevo il loro nome, loro rispondevano, e io ripetevo il loro “presente” a mezza voce, ma con lo stesso tono, come un’eco lontana.
“Manuel?”
“Presente.”
“‘Presente’ Laetitia?”
“Presente!”
“‘Presente’. Victor?”
“Presente!”
“Presente!” Carole?”
“‘Presente”

“‘Presente’ Rémi?”

Imitavo il “presente” trattenuto di Manuel, il “presente nitido di Laetitia, il “Presente” vigoroso di Victor, il “Presente” cristallino di Carole… Ero la loro eco mattutina.


Da Diario di scuola, di Daniel Pennac. pagg. 243 Feltrinelli.

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