Quale società?

Le chiameremo ancora vasche quelle del Corso?

Una società difforme (là dove l’interesse privato viene anteposto a quello pubblico), una società del genere, se l’avessi incontrata per la strada, nelle scuole, nelle biblioteche, a cinema, a teatro, in chiesa, al cimitero quando ero ancora un ragazzo pieno di sogni e di ambizioni, difficilmente avrei sognato, fatto i bagagli, salito in treno, partito per andare a conoscere altre città, altra gente –
L’altra gente, appunto, era quella dimensione in cui immergersi con la consapevolezza che in linea di massima era tutta ligia al dovere di avere cura del proprio lecito interesse nel medesimo tempo in cui era difeso quello dell’altro.
Era questa comunione (non sottomissione di novax a vaccinati) che allungava il passo oltre la soglia di casa, che dava ossigeno alle certezze ed armava le incertezze per uscire dal sé, menarlo al confronto con l’altro che era centrale in tutte le decisioni, perfino per masturbarsi ci si chiedeva se stavamo nel posto giusto, ossia nella società che prevedeva azioni del genere e cosa ci si poteva aspettare nella malaugurata ipotesi che l’atto venisse reso pubblico –

Oggi ci sarebbe da vergognarsi all’idea di doversi vedere agire con gli occhi di chi si è dissociato dalla comprensione di un fatto che richiedeva (e richiede) l’unanimità – diciamo pure di vedute, per capirci, le sole che consentirebbero una difesa serrata da un nemico che attacca a testa bassa disconoscendo i volti, i rapporti di parentela l’età, il grado di istruzione e via di seguito.
Essere ragazzi oggi e avere-non-avere delle ambizioni è veramente molto difficile, si tratta di non sapere di quale società innamorarsi, di quale essere fieri.


Vito Ventrella

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