Storie che somigliano a quella di Saman

Saman – E’ necessario guardare  questa ragazza con occhio  indiscreto per capire  ciò che viene a mancare all’umanità.

– Uff, è vero, – ammise arrossendo, – i miei genitori non sono qui, ho detto una bugia, i miei genitori sono in un paesino del Nord e non sono così come li ho descritti, mia madre forse, ma lui no, mio padre è… Ti racconto tutto dall’inizio. Ma l’inizio è difficile, è protetto dalla cultura, è nel profondo. “Guardati, guardati pure allo specchio, tu sei la pietra dello scandalo,” mi diceva mio padre. Ma tu ci vedi qualcosa di scandaloso in me? Quanti rimproveri perché non ero la bella figlia che mio padre avrebbe voluto che fossi, sottomessa e obbediente. Perché mi vestivo e mi truccavo come le altre ragazze italiane? Io non ero una ragazza italiana, io ero musulmana! Perché facevo tardi la sera? Le civette erano le creature della sera, e i loro occhi erano spalancati nel buio per vedere e inseguire la carne dei vermi. Io ero una civetta? Una brava ragazza musulmana non frequentava i bar e i locali che frequentavano i ragazzi italiani! Una brava ragazza musulmana non frequentava i bar, se ne stava avvolta in sé, nel timore di Allah e nella preghiera. Non si svelava per un gelato, non si rivelava perché tutti potessero conoscerla, riservava la conoscenza a un solo uomo, al padre dei suoi figli. Io… io avevo perso completamente il senso del pudore e dello starmene quieta in famiglia ad aspettare che fosse lui, mio padre, a pensare a me. Ti lascio immaginare come: ci si incontra coi parenti per un tè e si decide a chi deve andare Ayhsa, chi se la può prendere, chi se la deve prendere, come se si stesse facendo un favore prima al padre e poi alla figlia, un grosso favore portare via Ayhsa a suo padre. Di portare via Ayhsa a se stessa non si parla nemmeno, lei non è nata per essere, non è sulla terra per essere qualcuno, guai essere qualcuno di tangibile, lei deve passare sotto lo sguardo degli uomini come la luna intangibile, Ayha non è cosa di sé, è il raccolto dell’uomo, del contadino e come tale è valore da contrattare perché la terra va coltivata grazie anche a ciò che si potrà ricavare da Ayhsa, e quello che  si ricava da lei è il fatto di darla via, di potersene liberare per fare posto alla più giovane che preme alle porte per essere data, un contratto infinito… Com’era possibile che non fossi orgogliosa di finire in un contratto? Era l’unico modo che avevo di essere utile alla famiglia, di essere una di loro, loro che mi avevano dato la vita! Chi era questo Aurelio con cui uscivo che non si era mai seduto a prendere il tè con gli uomini di casa? Non voleva che lo frequentassi, uccidevo la loro cultura, insomma per mio padre ero come un’indemoniata, ma la verità, Andrea…

   – La verità…

   – È che i maschi, nelle nostre famiglie, sono i veri procreatori, le donne ricevono da loro il piacere di essere incinte affinché possano dirsi di essere madri del figlio e delle figlie di quell’uomo valoroso, ché se restano zitelle, addio, non le vorranno nemmeno gli avvoltoi. Gli uomini che hanno procreato o che hanno seminato, diventano padroni, come i contadini, del frutto che raccolgono. Che questo frutto germogli nel solco di una donna, è una conferma che lei non agisce, è soggetta, come la terra, agli umori del cielo. L’io della donna è un non senso perché l’io è l’erezione maschile, signore e padrone delle sue donne, madri e figlie, e non sopporta la loro indipendenza. Quando io sono andata a vivere con Aurelio perché a casa soffocavo, mio padre, nella certezza di avermi perduta nel modo in cui egli riteneva di avermi persa, non ci ha visto più. Una donna che diventa anima, scostandosi dalla concezione che la vuole soltanto costola, corpo da agire, è spaventosa perché mostra incautamente il potere: quel potere che nell’uomo, c’è da dirlo, si esercita in modo domestico, “paterno”, nelle lunghe trattative per sposare le povere figlie che altrimenti resterebbero senza marito. Io ho messo in crisi quel potere dimostrando di potermi trovare un marito senza la mediazione di mio padre, annacquando la nostra cultura….

   – Che vuoi dire?

  – Voglio dire che, in tutte le regioni del mondo, la cultura è un complesso di pratiche e tecniche per la sopravvivenza. Da noi, se non sei completamente immerso nella cultura, non sopravvivi. Non devi abbracciare nessuna religione, sei un essere ritualizzato fin dalla nascita, ritualizzato vuol dire avvolto in tutte quelle pratiche e tecniche per sopravvivere che sono divenute istinto, il che fa sì che anche la fede lo sia. Da voi la cultura rischia di essere confusa con le mode, perlomeno è questa l’immagine plastica che ne arriva, la moda, il modo di essere, di stare e portare qualcosa in pubblico, di esibirsi, scoprirsi l’ombelico, un atto che scardina tutto quello che la nostra cultura ha costruito sul velo. La sera in cui siamo fuggiti, me la ricordo come se fosse ieri, mio padre si è avventato come un belva contro di me, sua figlia. Quella sera, una mia amica mi aveva avvisato che mio padre mi stava cercando, e quando l’ho visto venirmi incontro con gli occhi iniettati di sangue, ho avuto paura, è riuscito a prendermi i polsi, io gli ho dato una spinta e mi sono messa a correre verso il mio ragazzo. Aurelio aveva capito quel che stava succedendo, mi sono infilata nella sua auto, “Via di qui!”, ho gridato. Aurelio ha messo in moto ed è partito come un razzo. La coltellata di mio padre mi ha raggiunta sul finestrino, meno male…, ma lo spavento è stato tale che una volta partiti non ci siamo più fermati, siamo venuti giù a precipizio, muti, senza parlare, attanagliati dal terrore, ci siamo fermati solo per fare benzina, e soltanto quando siamo giunti a Foggia, solo allora ci siamo resi conto che eravamo abbastanza lontani da poter tirare un sospiro di sollievo.

   Il fazzoletto che quel giorno aveva tenuto sul capo senza essere annodato le scivolò sulle spalle. Era radiosa per aver raccontato la verità.

   – Curioso, – disse.

   – Cosa?

   – La direzione che abbiamo preso. Perché non ci siamo diretti più a Nord? – Attese che le dicessi qualcosa: – Tu ne sai niente del perché, quando si scappa, uno prende una direzione invece che un’altra?

   – Mah. Quando si fugge è preferibile scendere. Si consuma meno “benzina”.

   – Hm. Vero. Ti dispiace se do una pulita al pavimento? Devo farlo prima che si svegli Leila.

   Le dissi di non tralasciare nulla di ciò che faceva quotidianamente per Leila o per sé, non un solo gesto.

   – I pavimenti li lavo tutti i giorni, per Leila.

(Il brano è tratto da IL MORSO DEL PANE, un mio racconto inedito.


Vito Ventrella

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